Feb 6

Quando l'errore medico colpisce un medico

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La nostra casella di posta è piena di storie di dolore e malattia.

Ci occupiamo di casi gravi e gravissimi di malasanità e ogni giorno leggiamo e ascoltiamo le vicende degli uomini e delle donne che sperano nel nostro aiuto.

Uomini e donne, prima che pazienti.

A volte in poche righe si condensa una sofferenza durata anni, fatta di agonie e di tormenti.

Di paure e rabbia, tanta tantissima rabbia.

Eppure da tutte le lettere che riceviamo traspare la forza di queste persone che nonostante i traumi che hanno devastato le loro vite, non hanno smesso di lottare contro i meccanismi di un sistema che non sempre garantisce il diritto alla salute, e di certo non lo garantisce a tutti.

Non sempre possiamo intervenire, e non subito.

Perché?

Perché per fare giustizia, per ottenere il risarcimento dovuto a un errore medico, si deve affrontare un complicatissimo gioco di equilibri tra accuse e prove. Tra fatti e dimostrazioni di fatti.

La società che ho fondato (più di vent'anni fa) non è una Onlus ma si impegna per non chiedere anticipi, mai, e per assistere le persone che sceglie senza che anticipino un solo euro fino alla fine della procedura.

Oggi ripubblichiamo su questo spazio una storia apparsa sul nostro sito qualche mese fa.

La vicenda è tuttora in corso e le accuse mosse dal paziente non possono essere ancora provate nemmeno dallo stesso.

Ma abbiamo scelto di condividerla di nuovo (pur censurando nomi e fatti) perché se c'è una cosa che accomuna la sua storia alle altre che riceviamo ogni giorno, è la rabbia contro un sistema che sembra fatto per funzionare male.

E se c'è un'arma che abbiamo è la sensibilizzazione.

 

"Gentile redazione di risarcimenti medici, mi chiamo Maurizio, sono un farmacista in pensione.

Ho 73 anni e quattro mesi, vivo solo, e come molti alla mia età, soffro di diverse patologie. Il mio corpo ne ha vissute parecchie, e ha bisogno di manutenzione.

Negli ultimi anni questa manutenzione si è fatta sempre più frequente, e sono stato costretto, mio malgrado, a visitare diversi ospedali del centro Italia.

Mi è successo di tutto: sono stato dimenticato in corsia, sono stato avvelenato per mesi con farmaci che non servivano alla mia condizione, più volte sull’orlo del baratro senza sapere perché, perché i medici avevano altro da fare, altri pazienti da visitare, o semplicemente perché non sapevano leggere le più banali risposte degli esami diagnostici prescritti prima ancora di conoscere la condizione del malato.

Non entro nel dettaglio delle mie esperienze, di come a volte io abbia rischiato di lasciare la pelle per le più sciocche delle complicazioni: come quando i dottori non avevano il ferro giusto per aiutarmi a espellere l'urina e quindi dovevano arrangiarsi con quello che avevano, o come quando in un altro ospedale altri dottori non non sapevano usare i ferri giusti che invece avevano la "fortuna" di possedere.

Scrivo queste righe da un letto di ospedale che ho raggiunto soltanto grazie alla prontezza di un capotreno che ha chiamato l'ambulanza e dei viaggiatori che mi hanno soccorso.

Nel corso del mio ultimo attacco, anche da steso sulla banchina della stazione, mi sembrava di cadere, un dolore fortissimo al collo che mi impediva di parlare e come miliardi di formiche lungo tutto il corpo.

Arrivato in ospedale, nonostante questo, il triage mi ha assegnato un codice verde e poi, dopo ore, arrivato il mio turno, ho visto passare davanti a me persone che avevano prenotazioni con numeri superiori al mio, tutto mentre io gridavo aiuto, fino a quando ho avuto la forza, almeno: poi ho smesso di farlo perché non riuscivo nemmeno a muovere le labbra.

Quando mi sono ripreso, almeno un po', ho chiamato i carabinieri.

Grazie a loro sono riuscito a entrare; ma una volta lì, oltre a qualche domanda, non ho ricevuto nessun tipo di assistenza.

Sono stato messo su una barella in corridoio per tre giorni, e quando si è liberato un posto in un box, e me l’hanno detto come se mi avessero fatto il più grande dei favori, mi sono ritrovato in una stanza di 30 metri quadri con altre 15 persone.

Un inferno. Le barelle erano attaccate le une alle altre, i rubinetti dei lavaggi, sporchi di sangue, che si toccavano. Gli odori che si mischiavano.

Non è la prima volta che mi succede di essere assistito così male, ma non posso dire di essermi abituato.

Non mi abituerò mai, per tutto quello che mi resta da vivere, a una sanità pubblica capace di inghiottire qualunque briciola di umanità, degradando personale e pazienti.

Ho detto spesso di essere sopravvissuto a molte cose, persino agli ospedali. Finora.

E spesso mi è successo di essere stato curato male, o di non essere stato curato affatto. Quello che non mi era ancora successo, però, era di ammalarmi a causa dell’ospedale.

So che quello che dico non ha valore giudiziario, o meglio non lo ha ancora. Ma sono sicuro che dal momento in cui scapperà il morto, qualcosa si muoverà.

Qualche giorno fa ho avuto dolori addominali così forti da ridurmi in uno stato pietoso. Non sono mai stato così. Ho passato ore torcendomi sul water di uno bagni più schifosi che abbia mai visto.

Avevo schifo ad appoggiarmi, ma a un certo punto la debolezza ha vinto sullo schifo.

Dal momento in cui ho avuto la prima scarica di diarrea, in 26 ore, ne ho avute altre 30. Ieri mattina ho vomitato.

Mi hanno detto che passerà.

Ogni volta che ho chiesto aiuto, mi sono sentito rispondere “Adesso veniamo”, o “Arriva, il dottore arriva”.

Ogni volta sto sempre peggio.

Ho le labbra che sembrano di vetro infranto.

Dicono che passerà.

Ma poi ho scoperto che non l’hanno detto solo a me.

Ho sentito gli infermieri e i medici parlare in corridoio. Li ho sentiti dire che c’era un altro caso.

E un altro ancora. E ancora e ancora.

Per ora siamo in otto, almeno che io sappia, con gli stessi sintomi di "Clostridium Difficile". Ovviamente questa non è una diagnosi mi hanno detto, tantomeno scritto. O qualche testa sarebbe già caduta. Ma i sintomi sono quelli, ho dedicato una vita a fare il farmacista, a supporto della medicina, e di casi ne ho visti tanti.

Delle tante cause che mi hanno portato in questo ospedale, le infezioni gastrointestinali proprio non c’erano.

Spero di farcela anche questa volta. Se dovesse restare solo un briciolo di forza, la userò per fare giustizia".

Non commentiamo, né avalliamo le informazioni del signor Maurizio, che scrivendo questa sua lettera ha forse voluto dare sfogo al suo inferno personale, più che appurare verità giudiziarie, come facciamo noi ogni giorno.

Ma il suo spunto ci invita a riflettere sulle malattie nosocomiali, un killer silenzioso e temibile, riportando un articolo del Corriere della Sera, di qualche giorno fa.

Feb 6

Mi ricordo la voce del dottor Maurizio e soprattutto la sua incredulità per essere finito in un incubo al quale non voleva credere.

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