Perché gli errori medici fanno così paura ai medici?




Il solo fatto di parlare di un errore medico fa paura a chi lavora in sanità. 

Non a tutti, chiaro, ma a tanti e tra questi tanti c’è anche chi si prende la briga di ergersi a difensore della categoria e ci attacca (= mi attacca) sui social.


«Chi ti credi di essere» - mi chiedono - «per avere la sfrontatezza di inveire contro il Sacro Ordine Dei Portatori Di Camice? Da dove vieni? Che studi hai fatto? Non sai, tu, che chiunque faccia parte del Sacro Ordine è intoccabile? che per il solo fatto di indossare un camice, quale che sia, ha in mano la tua vita e, per esempio, visto che tu mini la sua, potrebbe decidere di non volertela salvare? … di rifiutarti il suo soccorso?»


Chi mi attacca usa spesso parole e frasi meno eleganti, interi periodi in maiuscolo, punti esclamativi a pioggia, ma il senso è questo:

«Non azzardarti a parlare di errori. Non farlo. O te ne pentirai.»


Perché?

Perché l’errore fa così paura?

Perché tanti, tantissimi sanitari (medici, infermieri, paramedici, simpatizzanti del Sacro Ordine) parlano sempre di denunce e mai di richieste danni?


Quanto ne sanno di come funzioni l’assicurazione sanitaria degli ospedali italiani?


In quanti si rendono conto che nessuna richiesta di risarcimento del danno viene presa in considerazione senza una perizia medico-legale? Il che significa, a scanso equivoci, che se non c’è ragione di richiedere il risarcimento,  da un lato, la richiesta viene semplicemente respinta e, dall’altro, di conseguenza, che le richieste accolte meritano tutte di essere esaminate, il che poi costringe ad ammettere l’esistenza di un potenziale errore. 


Sono in molti a sostenere che “queste richieste” - spesso come dicevo confuse con denunce penali anche quando non lo sono - siano la causa (o una delle cause) della carenza di medici, e delle difficoltà ad assistere i pazienti come meriterebbero.


Non ho una (sola) risposta.

Quello che so è che solo se accettiamo l’esistenza di un errore ci sarà possibile riconoscerlo prima e provare a evitarlo poi.

È successo con l’industria dell’auto e i difetti di produzione, con gli incidenti sul lavoro, con la pedofilia negli oratori e dentro la Chiesa.

Per lavorare sul problema, per provare a limitarlo e dove possibile cancellarlo, occorre che il problema la smetta di essere negato.

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